Quel maledetto modulo

Ci si rende conto che c’è un unico argomento per cui la rassegna stampa popolare dibatte dopo ogni prestazione del Novara FC, una domanda vitale, una questione che senza risposta rende il tutto immotivato, ballerino e sterile: quale modulo stiamo usando?
Una vertebra sulla quale, secondo il pensiero comune ma anche professionale, si rizza la squadra, senza la quale s’afflosciano le credibilità che a stento hanno boccheggiato tra una partita e l’altra. Lo scopo è la costante ricerca del modulo migliore per tenerlo stretto fino a deformarlo ma senza cambiarlo, come birilli che in automatismo ritornano dritti dopo uno strike. Ma - paradossalmente - quale sia il modulo ideale, può variare da una partita all’altra. Spesso l’allenatore veste il suo di modulo come un abito cucito su misura ma che se non porta i risultati sperati -immediati e stravolgenti - lo si denuda accusando quel 3-5-2 o quel 4-3-3 di essere démodé rispetto alla situazione.
Un giro di chiamate, un confronto immediato tra competenti del mestiere per togliere quei numeri schematici dal campo e metterne altri. Si reclama ad ogni allenatore l’ovvietà dell’abbinamento obsoleto del rosso con il rosa nonostante le stoffe si siano spesso valutate insieme o le uniche rimaste dopo il contemporaneo acquisto degli altri tessitori. Al contrario, il modulo se funziona, è osannato come gli abiti eleganti, semplici e distinti, di Giorgio Armani alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, da indossare con sorriso eccentrico alla Milano Moda, il fiore all’occhiello della propria casa di produzione.
Calciatori sacrificati in posizioni non naturali, ruoli che non appartengono, memorie di gioco da dimenticare contro la prevedibilità per l’avversario, la castrazione dell’inventiva e l’esondare oltre le boe, oltre la bandierina rossa del mare alto. Perché quando sei modulo lo devi essere completamente, attento a non seguire quel colpo di palla al di fuori della prevedibilità che può svoltare il match, attento ad essere in una continua comfort zone dalla quale non puoi uscire dalle righe perché i tuoi compagni potrebbero sbarellare in quella improvvisazione non prevista.
I limiti individuali verranno sempre mascherati sotto la colpa del modulo. Un’ossessione e venerazione calcistica totale in cui si rischia di perdere le obiettività tecniche con cui chi non riesce ad incollarsi la palla ai piedi, dribblare o fare un assist lo fa perché il 3 non è il posto suo, il 5 non si addice alle sue cosce e l’1 non si può assumere tutte le responsabilità. Se è colpa del modulo chi dovrebbe fare gol verrà sempre giustificato dietro numeri e trattini, al contrario chi prova a sfondare la staccionata, troppo ribelle e mordente.
Tra tutte le cose che potremmo immaginare di trasformare di questa stagione, numerosi i giudizi, attaccati come macchine a Stintino ad agosto ma su uno di questi nessuno è contrario: quel maledetto modulo da cambiare, qualsiasi esso sia. Dimentichiamo però, che la variabilità di ciò che può succedere all’interno dello schema è così umanamente incostante da considerare quella decisione numerica solamente una sfumatura.
Perché per quanto possano essere vincolati alcuni calciatori a discapito di altri, per quanto si possa perdere un porto sicuro di ruolo a favore dell’incognita, è la fiducia - verso se stessi- che determina la riuscita di un successo di ogni singolo calciatore e dell’intera squadra. È quella che ti fa toccare palla, è quella che ti fa chiamare palla, che te la fa desiderare, quella che fa sentire il pallone al caldo ai tuoi compagni che ti cercano per passartela.
Il modulo è quel vestito che sei obbligato ad indossare in una cerimonia ma che riesci a farti stare comodo anche grazie alle scarpe che hai scelto di indossare, dettate più che dal talento di scelta, dalla tua fantasia.
