Editoriale Azzurro - I calciatori arroganti - I AM CALCIO ITALIA

Editoriale Azzurro - I calciatori arroganti

Stadio Silvio Piola
Stadio Silvio Piola
NovaraSerie C Girone A

Ci sono giocatori che sanno bene come farsi detestare. Alcuni di loro non si limitano solo a gesticolare con sfottò, sicuramente fastidiosi ma addirittura trascendono i confini dell’etica non solo sportiva ma umana. Il calciatore dal comportamento pulito è un concetto che si estende ben oltre il rettangolo verde ma parte dall’interno dello stesso dove alcune gesta devono, per dovere morale, essere stigmatizzate. Spesso capita di infervorarsi per episodi che sono quasi all’ordine del giorno anche se non necessariamente “barbari” o violenti ma si sa, chi segue il calcio ha il cuore così aperto da beccarsi tutti i rimpalli emotivi.

Nella partita di domenica scorsa, dove il Novara FC ha ospitato la capolista del girone A, il Mantova, l’arbitro ammonisce l’ex azzurro Francesco Galuppini che appena dopo il gol del pareggio ha sbeffeggiato i tifosi novaresi, mimando il verso della papera. Tribuna e curva che non lasciano cadere la provocazione nell’indifferenza, rispondono a tono soprattutto in virtù della stima e affetto che hanno nutrito nei confronti dell’attaccante nella stagione scorsa, difendendolo anche da un allora presidente Ferranti che lo ha definito con un epiteto poco letterario giudicandolo come una persona non capace di utilizzare l’intelletto né ragionare in maniera opportuna: un “coglione”. Nonostante non sia l’esempio sportivo da manuale, il suo atteggiamento è nullo rispetto a tanti altri suoi colleghi, che spesso si sono comportati in maniera oggettivamente peggiore, entrando a gamba tesa” nella storia del calcio. 

Arroganti, attaccabrighe e rabbiosi, vengono spesso odiati e considerati i “bad boys” del calcio finendo, se ci fosse una letteratura calcistica, nei tre gironi dell’inferno: narcisisti, simulatori e feroci. Tra i narcisisti annoveriamo non il solo ma il migliore che merita il domicilio in un girone fatto della massima “o lo ami o lo odi”, Zlatan Ibrahimović. Attaccante svedese dalla falcata di un’ampiezza disarmante è anche un prevaricatore nei rapporti umani e che con i suoi eccessi di autostima, proporzionali certamente alla carriera più che brillante, potrebbe scardinare la pazienza di un qualsivoglia pacifista. Ama parlare di sé ed esaltarsi “Sono come il vino, più invecchio e più divento buono” perché già in adolescenza era convinto della sua immensità: “Zlatan Ibrahimović non fa provini. O mi prendete così o niente.” dice di se stesso. Dopo la stagione all’Inter, ad esempio, litiga con i suoi tifosi invitando la Curva Nord a tacere. Guardiola lo considera un gradino sotto Messi (la “pulce” argentina faccia d’angelo ma che comunque nella sfida tra la sua nazione e l’Olanda, dopo il rigore decisivo di Lautaro, sfotte un avversario “cosa guardi, scemo?” e lancia frecciatine all’allenatore avversario Van Gaal) per lui un affronto a cui risponde a tono: “La mia esperienza al Barcellona? Come comprarsi una Ferrari e guidarla come una Fiat”.

Nel secondo girone si inseriscono i simulatori, teatrali e tuffatori, sono calciatori melodrammatici che fanno della recita parte integrante di carriera. Il noto e autorevole giornale francese “L’Equipe” qualche anno fa fece proprio una classifica a riguardo, “premiando” Sergi Busquets, centrocampista spagnolo, ricordato soprattutto per la sceneggiata dopo il fallo di Thiago Motta nella partita di Barcellona contro l’Inter del 28 aprile 2010, al Camp Nou per la semifinale di ritorno valida per la Champions League. Collassa sul campo di gioco dopo aver ricevuto uno schiaffetto dall’avversario controllando, oltretutto, se l’arbitro fosse cascato: cartellino rosso e una figura imbarazzante. Necessario ricordare l’esempio contrario, Terry Butcher , ”il macellaio”, passato alla storia per la foto che lo ritrae con la maglia rossa di sangue dell’Inghilterra , lo sguardo agghiacciante e la benda insanguinata dopo una sfida conto la Svezia, giocata con un taglio in fronte, che permette alla sua nazione di qualificarsi per la Coppa del Mondo. 

Di esempi opposti, nel girone dei feroci, inseriamo Pasquale Bruno, detto “o’ animale”, per l’appunto: difensore specializzato nella marcatura a uomo alla fine anni ‘80 e inizio ‘90 echeggiano ancora le sue parole: “Quando faccio un’entrata posso prendere sia la gamba che la palla e se prendo la palla, pazienza”. Insieme a lui, Ramón Aguirre Suárez nella finale Intercontinentale del 1969 tra il Milan e la sua squadra, il Club Estudiantes de La Plata vinta dai rossoneri di Nereo Rocco in cui ridusse il volto di Nestor Combin ad una maschera di sangue, rompendogli naso e zigomi. Denunciato, arrestato e squalificato per trenta giornate. Nulla insomma a confronto è la testata che Zinedine Zidane diede a Marco Materazzi nella finale dei Mondiali del 2006 all’Olympiastadion di Berlino, a risposta di una provocazione non troppo poetica.

Al novantesimo minuto del buonsenso si ha come l’impressione che non ci sia recupero e neanche speranza per quei calciatori viziati che portano in campo l’arroganza di chi è convinto di essere un privilegiato. La tracotanza che spesso subentra dopo un insieme di buone occasioni fa credere di essere pari alla divinità ma dietro alla lavagna con orecchie da asino rimangono a farsi ricordare per le gesta o gli sfottò piuttosto che per le performance, una situazione tollerabile solo da un antisportivo. Piccole storie del calcio a ricordarci che spesso non si deve scegliere chi ha il piede giusto quanto piuttosto chi è una giusta persona.

È quella che fa la vera differenza.

Alice Previtali

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