La ricetta di Serao: "Prima uomini e poi giocatori"

Per fare calcio ad un discreto livello i soldi sicuramente aiutano, ma molto spesso non bastano; servono idee, meglio se ben chiare, visioni di insieme e quella passione che non deve mai mancare e che solamente la frequentazione assidua ti riesce a dare. Giovanni Serao, direttore sportivo del Briga e responsabile del settore giovanile agognino e dell'Academy Torino nata quest'anno proprio in casa della società guidata dal presidente Ottone, ha da poco smesso gli scarpini del calciatore (nella scorsa stagione figurava ancora nella rosa della squadra) ma si è gettato a capofitto in questa nuova avventura, portando una ventata di novità in un mondo forse troppo radicato su antichi concetti in alcuni casi ormai superati. La gestione del settore giovanile della società novarese, che ha già dato i suoi frutti portando un giocatore (Nicolò Gambino) a misurarsi con una realtà di Serie A e ponendo all'attenzione generale altri prospetti ormai in rampa di lancio, parla a suo favore tanto che il dirigente nelle scorse settimane è stato anche gratificato di un nuovo ruolo, inserito nella squadra di osservatori della società granata. "Credo di poter lavorare bene nelle realtà dei settori giovanili - esordisce Serao - anche per il mio vissuto che mi ha portato giovanissimo ad emigrare dal mio paese in una realtà grande come quella del Padova che, anche se ora è in Lega Pro, è sempre stata all'avanguardia nel lavoro sui giovani, basta pensare a gente come Del Piero. Io ho trovato a Briga terreno fertile per portare un certo tipo di mentalità, con il presidente Ottone mi sono trovato subito molto bene perché è una persona con la quale confrontarsi, con la quale è possibile parlare di tutto, facendomi crescere in tanti aspetti societari perché questa rimane sempre la mia prima esperienza a livello dirigenziale. Abbiamo un rapporto molto stretto, quasi da padre a figlio, tanto che a volte mi riprende anche e per me avere una persona che da trent'anni è nel calcio è stato importante per capire certe dinamiche. Il gruppo che formiamo con il presidente, suo figlio Marco Ottone e Massimo Autunno è cementato, sono stati fin da subito entusiasti del progetto che volevo portare".
- Cominciamo con i numeri del settore giovanile del Briga, che avete ricostruito proprio questa stagione.
"Grazie ad alcune mie conoscenze, come ad esempio l'amicizia con il direttore sportivo del Chieri dove molto spesso il Torino manda i suoi giovani a maturare, sono riuscito a trovare un aggancio con il Torino. Ho conosciuto Coppola e Bava, assieme al capo osservatori Rizzieri: ho parlato tantissimo ad inizio stagione con loro, riuscendo a convincerli della bontà del progetto che volevamo far crescere a Briga. Sembrava quasi impossibile tanto che neanche il presidente all'inizio credeva in questa possibilità, anche perché il nostro settore giovanile era da ricostruire quasi in toto, ma lavorando bene e rimboccandoci le maniche siamo riusciti a costruire delle squadre competitive. Dobbiamo ringraziare anche Mora e Lo Monaco, che ci danno una grande mano con i ragazzi più piccoli: ora abbiamo quasi 230 iscritti, juniores compresa, e sono i numeri sui quali partire. Ovviamente la qualità avrà bisogno di tempo per crescere perché siamo molto giovani ma già quest'anno siamo riusciti a mandare un ragazzo a Torino e per me è stato un particolare orgoglio in quanto non era facile; mi sono fatto tanti scrupoli prima di proporre loro un giocatore anche per non bruciarlo, sono stato spesso a Torino per vedere gli allenamenti degli altri ragazzi della sua annata, ma alla fine gli osservatori granata ci hanno fatto i complimenti tanto che Rizzieri mi ha proposto di entrare in pianta stabile tra gli osservatori della società".
- Qual è la filosofia che vuoi portare a Briga per cominciare a lavorare sul serio sui giovani?
"Noi vorremmo costruirci in casa quei giocatori da portare poi in prima squadra, che rimane comunque una vetrina importante per questi ragazzi; prendere giocatori in prestito vuol dire lavorare per altri mentre noi vogliamo usufruire delle nostre risorse. La Promozione in cui stiamo militando dev'essere una vetrina per permettere a questi ragazzi, soprattutto a quelli più bravi, di avere la possibilità di mettersi in mostra per poi trovare spazio anche in categorie superiori".
- Nella crescita del settore giovanile, avere il marchio dell'Academy Torino è sicuramente un valore aggiunto per la vostra società. Cosa vi sta portando questa sinergia con la società granata?
"Essere associati ad una società come il Torino è un vanto per il Briga. L'aspetto più importante è avere la possibilità di avere tecnici qualificati dei granata che vengono ad insegnare ai nostri allenatori la tecnica, il comportamento con i ragazzi sia nel lavoro sul campo che a livello mentale; è un qualcosa che serve anche a noi a livello dirigenziale, anch'io sto crescendo molto dal confronto con una realtà che non è neanche paragonabile con la nostra perché a certi livelli studiano tutto, dal comportamento alle reazioni nei momenti di difficoltà. I nostri allenatori sono contenti di far parte di questa nuova realtà, durante l'anno sono ben cinque (tre volte andiamo noi a Torino e due volte verranno loro qui da noi) i momenti dedicati al confronto e alla crescita, viviamo giornate che sono impagabili per rendere ancora più competitive le nostre squadre".
- Basta la Promozione per garantire ad un settore giovanile che vuole crescere una vetrina importante? In parole povere, nel progetto del Briga c'è anche quello di salire almeno un altro gradino nella scala del calcio dilettantistico?
"Io penso che già la Promozione sia un livello che può permettere ad un ragazzo giovane di esprimersi al meglio anche se è naturale che la vetrina più importante dal mio punto di vista resta quella dell'Interregionale: lì se un giovane è bravo e riesce a ritagliarsi un posto da titolare diventa appetibile anche per le squadre professionistiche di Lega Pro e Serie B. La Serie D è diventata davvero il serbatoio a cui i professionisti si appoggiano per completare le proprie rose e magari scoprire qualche talento che altrimenti altrove non emergerebbe per mancanza di spazio".
- Lavorando sui ragazzi del proprio settore giovanile per portarli in prima squadra, come volete fare qui a Briga, resta un obiettivo perseguibile quello di salire di categoria o ci vuole magari qualcosa di più?
"I ragazzi da soli non possono bastare, sicuramente ci vogliono tante altre cose per mettere in cantiere dei miglioramenti così importanti. Noi però vogliamo partire proprio da questo punto, cercando di tirare fuori prospetti interessanti: vedendo la parabola di giocatori come Gambino e Baccin, che sono in questo momento le punte dell'iceberg del lavoro che stiamo facendo sui ragazzi e hanno grandi possibilità di arrivare a giocare in categorie importanti, siamo convinti che si possa costruire una squadra che in Promozione possa fare bene anche a livello di classifica. Certo è che più si sale e più c'è bisogno di ragazzi che siano anche più pronti, un 2001 oppure un 2002 che non siano già formati sia a livello mentale che fisico in Eccellenza potrebbero anche far fatica se gettati allo sbaraglio".
- Gambino, che ricorre spesso nei tuoi discorsi anche perché lui ha già intrapreso un cammino che l'ha portato a misurarsi con una realtà importante, è il faro a cui guardare per la crescita dei prossimi talenti in casa Briga. A parte Baccin, già titolare quest'anno nella prima squadra e chiamato più volte in rappresentativa, vedi all'orizzonte altri ragazzi che possano intraprendere lo stesso cammino tra i talenti nella vostra orbita?
"Sicuramente ci sono tanti ragazzi bravi ma fare dei nomi adesso potrebbe essere prematuro. I giovani interessanti ci sono, anche in realtà diverse da quelle di Briga, però molto spesso le società peccato nella promozione del proprio settore giovanile non dando la possibilità ai ragazzi di crescere in ambiti professionistici, portando in giro i più meritevoli. Io con Gambino molte volte ho preso la macchina in prima persona, portandolo a Torino a provare, a fare allenamento, per dargli la possibilità di respirare un'aria diversa da quella delle nostre zone. Capisco gli ostacoli che si incontrano, molto spesso sono grossi sacrifici quelli per portare un ragazzino in una realtà professionistica ma se non viene fatto questo è molto difficile arrivare ad un risultato. Ci sono tanti ragazzini anche piccoli, parlo di 2008 e 2009, che partendo dalle nostre zone potrebbero far parte di ambiti importanti: bisogna dar loro la possibilità di farsi notare".
- Serao è stato un giocatore che, partendo da un piccolo centro come potrebbe essere un qualsiasi paese della nostra provincia, è arrivato a misurarsi addirittura con una realtà di Serie A, categoria nella quale hai anche esordito segnando un gol proprio con la maglia del Padova, riuscendo poi a costruirti una carriera importante tra i professionisti in B e C. Che consiglio daresti ad un ragazzo con capacità e passione che brama di intraprendere il tuo stesso percorso?
"Ci vuole anche tanta fortuna nell'incontrare allenatori preparati, quando un ragazzo comincia a spiccare il volo verso i 12-13 anni ha bisogno di incontrare qualcuno che gli può insegnare tanto. E' questa l'età giusta a cui si può cominciare a capire se un ragazzo può davvero diventare un giocatore professionista. Poi il ragazzo ci deve mettere del suo, perché l'allenamento è importante: io sento spesso ragazzi che prendono qualsiasi scusa per evitare di allenarsi e invece il lavoro sul campo ti migliora, sempre. Ci vuole umiltà, il non sentirsi mai arrivati, e una grande passione che ti spinge a non mollare mai perché nel calcio ci sono sempre possibilità da cogliere: se alle prime difficoltà si molla, se non si ha la testa per crederci sempre, diventa difficile arrivare; le società professionistiche guardano molto più di prima al comportamento, alla serietà, per scegliere un ragazzo. Io stesso ho fatto mille provini prima di trovare la strada giusta, sono stato ad Avellino, al Napoli, alla Roma, alla Lazio e quando è venuta fuori la possibilità di andare a Padova non me lo sono fatto ripetere anche se era lontanissimo da casa mia. La voglia da sola non basta, ci vogliono ovviamente anche la capacità, ma senza voglia di arrivare non si va da nessuna parte".
- Per uno che ci è stato, che calcio è quello della Serie A?
"Io ho vissuto tutte le categoria nella mia carriera, dalla A con il Padova fino alla Promozione nella scorsa stagione con il Briga. La Serie A è ovviamente il massimo, già con la Serie B a mio modo di vedere c'è una grossa differenza. In A trovi giocatori che hanno una marcia in più sia fisicamente che tecnicamente, l'organizzazione delle società è al massimo ed intorno a te si muovono mille persone dello staff, tra dottori, massaggiatori, magazzinieri e quant'altro, che non ti fanno mai mancare niente. Lo studio di ogni situazione di gioco è maniacale, basta vedere cosa succede ora a Napoli con Sarri che per ogni porzione di gioco studia nei minimi dettagli ogni aspetto, dalla difesa all'attacco. Al giorno d'oggi la Serie A è un'Università del calcio, chi ci arriva non può essere considerato fortunato ma ha sicuramente delle doti importanti".
- C'è qualche aspetto di questa organizzazione, di questo modo di vivere il calcio, che potrebbe essere trasferito anche ai Dilettanti? Qualcosa che, nel tuo percorso, potresti portare anche a Briga?
"Io sto spingendo molto, sia con i nostri allenatori che con la società, per portare a Briga una cosa fondamentale: le regole. Il ragazzino deve diventare prima un uomo e poi un calciatore e questo vuol dire che non si gioca se non si fa allenamento, che i comportamenti sbagliati devono essere puniti e corretti; in più cerco di far capire che nel settore giovanile non deve contare il risultato quanto l'apprendimento del gioco, perché se un ragazzino a 14 anni sa cosa fare con il pallone tra i piedi è già ad un punto importante della sua crescita. Non serve solamente far correre i ragazzini, la tecnica è importante almeno quanto la forza e la velocità perché nel gioco il saper trattare la palla è alla base di tutto e questo lo stiamo imparando confrontandoci con il Torino. L'allenatore non deve porre dei limiti, nel tocco della palla ad esempio, perché il ragazzino deve divertirsi per poter crescere e prendere consapevolezza dei propri mezzi".
- Stai portando una visione che alle nostre latitudini non è così radicata, soprattutto nella gestione dei ragazzini del settore giovanile: come sono state accolte queste novità dalla società e dagli allenatori con cui ti sei trovato a confrontarti in questi primi mesi?
"Sicuramente bene, e di questo sono contento. Nel nostro settore giovanile ho voluto allenatori giovani, che hanno voglia di imparare, di crescere assieme al Briga, sposando la visione della società. Vado a vedere molto spesso le nostre squadre giocare e non mi interessa veder vincere il Briga, mi interessa molto di più che i nostri ragazzini imparino a giocare la palla, a comprendere i momenti delle gare. Abbiamo due o tre squadre che sono il nostro orgoglio, vedere i ragazzi giocare e divertirsi ci ripaga tantissimo perché con il tempo, siamo sicuri, a Briga cresceranno tanti giovani di prospettiva".
